Chi apre una bottiglia di Pecorino al MonteNero per la prima volta rimane sorpreso. Quasi sempre dalla stessa cosa: l’acidità. Non se la aspetta. Siamo nelle Marche, siamo al sole, parliamo di vendemmie mature, di un vino corposo, strutturato, con una mineralità importante e profonda. Tutto lascerebbe pensare a qualcosa di morbido, avvolgente, immediato. E invece arriva quell’acidità netta, precisa, quasi da bianco del nord Italia. Valori che non ti aspetti da queste latitudini. Ed è esattamente lì che il vino diventa interessante. Perché quella mineralità intensa, figlia del territorio, del suolo, di quei terreni ai piedi dell’Ascensione, non va in conflitto con l’acidità. La bilancia. Le due cose si trovano, si tengono, si completano. E da quell’equilibrio nasce qualcosa di raro: un vino longevo. Non un vino da bere subito, da consumare nella stagione in cui è uscito. Ma un vino che ha bisogno di tempo, almeno un paio d’anni, per esprimersi davvero. Per aprirsi, per trovare la sua dimensione, per raccontare tutto quello che ha dentro. È un vino paziente. Come chi lo fa. Come il posto da cui viene.