Ci sono storie che non iniziano con una scelta. Iniziano con un luogo. Il mio si chiama Ascensione. Non è famoso. Non ha bisogno di esserlo. È un posto che esiste da prima che io nascessi e che qualcuno, prima di me, ha amato in silenzio per una vita intera. Mio nonno ci è nato. Ci è cresciuto. Ha lavorato quella terra con le mani, con la testa, con la costanza di chi non si chiede perché. Lo fa e basta. Poi è arrivato il momento in cui quei terreni rischiavano di restare fermi. Di diventare memoria invece che presente. Io ho deciso che non sarebbe andata così. Ho ripreso quei terreni. Ho piantato il vigneto. Ho ricominciato. Non da zero, ma da qualcosa di più solido dello zero. Da una radice che c’era già. Non l’ho fatto perché volevo fare vino. L’ho fatto perché volevo continuare una storia, quella di un uomo e di un posto che meritavano di andare avanti. Il vino è venuto dopo. È la forma che ha preso questa scelta. Ma sotto c’è altro. C’è un territorio che riconosco come mio, non perché l’ho comprato, ma perché qualcuno che amavo lo ha vissuto prima di me. Quntì non è un brand costruito a tavolino. È il nome di una persona – Quinto – che un giorno ha guardato la terra di suo nonno e ha detto: continuo io.