Tra le 5800 e le 6500 bottiglie l’anno. Sono poche, lo so. Ma sono esattamente quelle che voglio fare. Perché a queste dimensioni puoi ancora permetterti di essere fedele a quello che sei. Non devi inseguire volumi, non devi adattarti a gusti che non senti tuoi, non devi fare scelte che tradiscono quello che hai costruito. Puoi fare il vino che vuoi fare, quello che rappresenta un territorio preciso, con le sue caratteristiche, la sua personalità, il suo carattere. E soprattutto puoi fare il vino che piace a te. Prima di chiunque altro. Non è egoismo, è credibilità. Se non mi piacesse quello che produco, come potrei stare davanti a qualcuno e raccontarglielo con convinzione? Non potrei. E non sarebbe onesto. Dall’inizio ad oggi la linea non è cambiata. Ci sono stati aggiustamenti enologici, in cantina, in vigna, ma aggiustamenti nel senso vero della parola. Piccole correzioni per alzare la qualità, non per cambiare direzione. La direzione è sempre stata la stessa. Un posto, un’uva, un nome. Tutto il resto è perfezionamento. Non rivoluzione. Rimanere fedeli a se stessi, in un mercato che ti chiede continuamente di adattarti, è forse la scelta più difficile. Ed è quella di cui vado più fiero.